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VIAGGIO ALL'INTERNO-MATTEO CIRENEI E PAOLO NOBILE - DAL 24 OTTOBRE AL 23 DICEMBRE 2013
De rerum essentia Silvia Pettinicchio La prima volta, più di 5 anni fa, che ho visto gli scatti di Matteo Cirenei mi è venuta in mente la famosissima scena iniziale di 2001: A Space Odissey, film che ho visto da bambina, denso di metafore importanti. Un ominide impara ad utilizzare come una clava le ossa di un animale morto facendo intendere che grandi cambiamenti ne scaturiranno. Per un attimo un parallelepipedo scuro e imponente si sostituisce al panorama primitivo mentre i raggi del sole ne fendono gli angoli e le orecchie dello spettatore si riempiono delle note dello Zarathustra di Strauss. Lì, in quel fotogramma è contenuta l’essenza di tutte le cose, della intelligenza (Umana? Superiore?) condensata nelle forme precise, concrete e taglienti del monolite. Davanti alle geometrie frattaliche di Cirenei odo la stessa musica o meglio una nota continua di quella sinfonia che rimbalzando sulle superfici solide arriva all’orecchio pura e limpida a testimoniare il genio, la regola perfetta e la scintilla dell’intuizione cristallizzata nelle forme architettoniche. Ma anche il fatto che davanti alla vera arte i sensi vengano coinvolti in maniera sinestesitica Ed è stata la mia stessa sinestesia a suggerirmi l’incontro di Cirenei con Paolo Nobile: infatti anche davanti alle opere di quest’ultimo ho avuto una reazione che ha coinvolto l’udito. Paolo fotografa still life, che mi piace tradurre con vita immobile e non come invece diremmo noi italiani nature morte. Immobilizza nello scatto un istante preciso di un lungo e continuo divenire a rappresentazione del panta rei eraclideo, ma a differenza della frutta avvizzita delle vanitas seicentesche che alludeva alla visione pessimistica del memento mori, Nobile riabilita esteticamente e forse eticamente il decadimento. La melacotogna appassita o la banana sul punto di marcire vogliono sottintendere un trascorso, un intero vissuto, e poiché non rappresentano il final shot della storia ci aspettiamo che il loro viaggio continui. Dai fondi scuri delle foto di Paolo sento emergere decine e decine di voci, sussurrate, certamente, perché nulla è gridato in quegli scatti. Sono le voci delle esperienze dei soggetti fotografati. I rumori dello scorrere del tempo, i passaggi di cose e persone la cui presenza è stata registrata dall’oggetto in quanto vivo. A questo proposito ricordo un’intervista all’anziana Barbara Bush cui una giornalista chiedeva come mai non si tingesse i capelli e non avesse ceduto alle lusinghe della chirurgia plastica. Lei rispose serenamente dicendo che ogni ruga che le solcava il volto era il segno di migliaia di sorrisi regalati o di lacrime versate. L’unica sua preoccupazione non era cancellarle ma fare in modo che prevalessero quelle dirette verso l’alto rispetto a quelle dirette verso il basso. E’ questa quindi l’essenza delle opere di Nobile: una vanitas che si compiace e che piace.